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Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino
Leonardo Da Vinci - Testa di giovane di profilo - Windsor Royal Colection.
Si ritiene sia un ritratto del Salai.


Gian Giacomo Caprotti

Gian Giacomo Caprotti
, detto "il Salaino", ma anche Salai, Salaij ovvero "diavolo" nel gergo del tempo (Oreno di Vimercate, 14801524), è stato un pittore italiano, allievo prediletto di Leonardo da Vinci. Era il terzogenito di Pietro "de Oreno" e Caterina Scotti. Aveva due sorelle, Angelina e Lorenziola.


Gli anni giovanili

Gian Giacomo Caprotti entrò nella bottega di Leonardo, sistemata in Corte Vecchia, di fronte al Duomo e accanto all'Arengo, il 22 luglio del 1490. Fu lo stesso Maestro ad annotarlo su quello che allora era il primo foglio del Manoscritto C, oggi conservato a Parigi presso l'Institut de France: "Iacomo venne a stare con meco il dì della madonna del 1490, d'età d'anni 10".

Fino al gennaio 1491, la pagina iniziale di quel Codice, ricco di appunti dedicati alla pittura e allo studio delle acque, continuò ad accogliere note di vita quotidina, e in particolare le malefatte del giovane orenese. “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench'io n'avessi vera certezza – lire 4”. Tempo dopo, sul margine il Maestro aggiunse: “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto”.

Il nome Salai comparve per la prima volta nel 1494. L'epiteto, derivato dall'arabo salah, fu ripreso dal Morgante (XXI 47 7), un poema cavalleresco composto per la corte dei Medici quando Leonardo era ancora a Firenze. Nell'opera l'espressione è impiegata per evocare una potenza infernale, e per la sua irrequitezza e la sua spavalderia Gian Giacomo dovette apparire al maestro proprio simile ad un piccolo diavolo.


Da garzone di bottega a uomo di fiducia di Leonardo

Il garzone di bottega, giorno dopo giorno, conquistò il bene e la fiducia dell'artista, fino a diventare insostituibile. Ogni spostamento li vide uno accanto all'altro. Seguì Leonardo in tutti i suoi viaggi, da Milano a Venezia, poi a Firenze, quindi di nuovo a Milano e infine a Roma. Ad accompagnare il maestro nel suo ultimo viaggio a Cloux furono invece Francesco Melzi e il fedele domestico Batista de Vilanis. Solamente quando la salute di Leonardo si aggravò, Salai si precipitò in Francia. Alla corte francese ricoprì il ruolo di "domestico" (è così che figura nel libro paga del re Francesco I). In realtà Salai rimase poco a Clos-Lucé, il piccolo castello di campagna messo a disposizione dal sovrano. Quasi certamente si spostò a Parigi. Di sicuro non era a Cloux il giorno in cui Leonardo redasse il testamento e non gli fu vicino neppure il 2 maggio 1519 quando morì. Nominato comunque fra gli eredi, Salai ritornò a Milano lo stesso anno, forse portando con sé alcuni dipinti del maestro. In eredità ricevette solamente metà della vigna in Porta Vercellina, che la famiglia Caprotti occupava da almeno vent'anni. Morì nel 1524, sembra, per una fucilata accidentale, altri dicono per un'imprudenza nel maneggiare l'arma, altri ancora in una rissa.
La figura del Salai è stata trascurata dalla storia dell'arte. La qual cosa suscita perplessità soprattutto se messa in relazione al fatto che i cronisti e gli autori a lui contemporanei lo menzionarono frequentemente. Da alcuni, anzi, fu l'unico allievo ad essere ricordato e perfino il Vasari, nella prima edizione delle Vite, citò solamente lui fra i discepoli di Leonardo.

La tragica scomparsa e la questione dell'eredità

Il 19 gennaio 1524, la vita di Gian Giacomo si spense. Fu una morte violenta, provocata da un colpo di schioppo, a porre fine alla sua irrequieta esistenza. Il «diavolo» Salai, però, non aveva ancora finito di stupire. Dopo la sua scomparsa, la vedova e le sorelle si contesero l'eredità. Per dirimere la questione, il 21 aprile del 1525 fu steso un inventario dei beni, la cui descrizione è tornata alla luce solo di recente. Il ritrovamento ha aperto nuove prospettive circa la sorte iniziale dei capolavori di Leonardo. Fra i beni posseduti dal Salai figuravano quadri denominati la Leda, il San Gerolamo, la Sant'Anna, il San Giovanni Battista, la Gioconda. Erano gli originali eseguiti da Leonardo o soltanto copie fedeli dello stesso Salai? La vicenda è assai intricata e gli autori che hanno studiato la figura del Caprotti offrono versioni contrastanti fra di loro.


Le Opere

Opere sicure del Salai, firmate, non se ne conoscono, né si hanno notizie di commesse specifiche. Restano solamente i dipinti attribuitigli per tradizione, su alcuni dei quali, peraltro, non sempre gli studiosi concordano.

Non dovrebbero esserci dubbi sull'autenticità di una Madonna col Bambino e Sant'Anna, esemplata su quella di Leonardo. Un tempo, il dipinto era appartenuto a Carlo Borromeo, poi passò nella sacrestia della chiesa di San Celso a Milano. Ora è proprietà del museo dell'University of California, a Los Angeles. Una copia dello stesso dipinto è conservata agli Uffizi.
È rimasto invece a Milano, esposto nelle sale dell'Ambrosiana, il San Giovanni Battista.

La versione del Caprotti riproduce assai fedelmente l'originale del maestro, con la differenza che lo sfondo notturno è sostituito da un limpido paesaggio prealpino. Due altre opere tradizionalmente attribuite al Salai sono la Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo e la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni e Battista, entrambi conservati nella Pinacoteca di Brera, sempre a Milano.

Salaino Oreno

< Salai e Leonardo Da Vinci, Monna Vanna (Joconde nue) Svizzera, Collezione privata, già Collezione Litta a Milano.



Salai, San Giovanni Battista, Pinacoteca Ambrosiana, Milano. >
Salaino Oreno


Il dipinto del Salai più chiacchierato è la Monna Vanna o Gioconda nuda. In questo quadro è certa la collaborazione di Leonardo, che dovrebbe aver eseguito personalmente il motivo della spalliera vegetale contro la quale si pone la statuaria figura senza veli. È un dipinto ambiguo, per alcuni versi difficile. Nell'espressione del volto si ravvisa il celeberrimo sorriso della Gioconda, ma il resto del corpo è privo di femminilità e la figura sembra quasi possedere la doppia natura di uomo e di donna. Seppure criticato per la non perfetta esecuzione di alcuni particolari, il dipinto, appartenuto alla collezione Litta, è stato a lungo attribuito a Leonardo. Ora è conservato in Svizzera. Recenti esami spettrografici hanno rivelato significativi pentimenti che confermerebbero proprio l'intervento di più mani. Alcuni studiosi hanno ravvisato in quest'opera il prototipo della celebre Fornarina di Raffaello. Un'altra versione simile è conservata all'Ermitage di San Pietroburgo.

Il problema dello pseudonimo Salai

Noto al Vasari, al Lomazzo e ad altri scrittori del Cinquecento, Gian Giacomo Caprotti si è dissolto nel nulla per oltre quattro secoli per lasciare spazio ad un inesistente Andrea Salaino. Fu Paolo Moriggia a dare vita all'equivoco associando gli epiteti Salai e Salaino, rinvenuti fra le carte di Leonardo, alla figura di Andrea Salimbeni da Salerno, allievo di Cesare da Sesto. Solo agli inizi del Novecento fu ricostruita la vera identità del Salai, grazie alle ricerche di Gerolamo Calvi e Luca Beltrami, successivamente confermate e aggiornate da altri studiosi.

Ancora oggi, però, l'immaginario Andrea Salaino sopravvive nella città di Milano, la quale continua a dedicargli una strada e ad indicarlo fra i quattro allievi formanti corona al maestro nel monumento in Piazza della Scala. Quell'Andrea Salaino è in realtà Gian Giacomo Caprotti, nato ad Oreno di Vimercate e trasferitosi a Milano nella bottega di Leonardo a soli dieci anni. “Giov. Giacomo Caprotti, detto Salai: 1480-1524. Con questo nome e queste date, intendo designare per la prima volta, e senza alcuna riserva, l'allievo che trascorse la vita al fianco di Leonardo” scrisse nel 1919 Luca Beltrami, riprendendo e sviluppando una tesi già sostenuta, tre anni prima, da Gerolamo Calvi. Salai era il terzogenito di Pietro da Oreno e Caterina Scotti.


Il modello per la Gioconda?

Un' ipotesi, certo dirompente, è riportata dallo scrittore Gianni Clerici in "Una notte con la Gioconda" (Rizzoli editore, 2008): la donna raffigurata nel noto capolavoro di Leonardo sarebbe in realtà un uomo, il Gian Giacomo Caprotti, che sarebbe stato non solo allievo prediletto ma anche amante di Leonardo. A sostegno di questa tesi c'è senz'altro la forte somiglianza della persona ritratta nella Gioconda con i San Giovanni e l'Angelo Incarnato dipinti dal Leonardo stesso. Inoltre come detto sopra lo stesso Caprotti giocò con il tema della Gioconda dipingendone, o contribuendo a dipingere, una versione dichiaratamente androgina, la cosidetta Monna Vanna (Joconde nue).


Fonte: Da Wikipedia


NEWS

Anche Milano riconosce Gian Giacomo Caprotti Da Oreno
Andrea Salaino, Alis Gian Giacomo Caprotti Da Oreno
   



Beato Amedeo Menez de Sylva
Beato Amedeo Menez de Sylva, disegno del Tossignano.


Il Beato Amadeo nacque da una nobile famiglia portoghese, nel 1420.
A ventidue anni si ritirò nel monastero di Guadalupa, in Spagna, celebre per una miracolosa apparizione della Madonna, ma non vi si fermò con l'intenzione di condurre vita tranquilla. Al contrario, egli sognava imprese eroiche e pericolose.

Si recò a Granada, centro arabo, per convertire gli infedeli o morir Martire. Venne soltanto battuto con le verghe e rimandato nel monastero.
Allora pensò di sbarcare in Africa. Una tempesta lo respinse sulle coste del Portogallo.
Cambiò Ordine ed entrò nei Francescani, per poter andare missionario in qualche parte selvaggia del mondo. Fu invece inviato ad Assisi, culla del Francescanesimo e città serenamente mistica. Capì allora che il Signore lo chiamava ad altra vita da quella sognata da lui ed accettò i disegni della Provvidenza con quella serenità di cui soltanto i Santi sono capaci; i Santi che non si rassegnano, ma che obbediscono.

Per obbedienza, fu a Perugia, a Brescia, a Milano.
A trentanove anni celebrò, per obbe-dienza, la sua prima Messa.
Per obbedienza si recò a Roma, dove il Papa Sisto IV, anch'egli francescano, gli affidò il convento di San Pietro in Montorio e lo nominò suo direttore spirituale.

Partito per convertire i Mori, col desiderio del martirio, Amadeo di Portogallo finì dunque come direttore spirituale del Papa. Sembrava un'ironia, ed era semplicemente una lezione.
Non morì però a Roma, ma a Milano, dove si era recato nel 1482 per visitare i conventi a lui sottoposti. Lasciò un libro sull'Apocalisse, che non gli diede però nessuna fama, mentre la fama della sua santità perdura nei secoli.

Il convento di Santa Maria delle Grazie a Ponticelli in Sabina (Rieti) è definito la perla della Sabina per il suo patrimonio artistico, religioso, storico, libraio ed ambientale.
Fu eretto nel 1478 per grazia ricevuta dal duca di Gravina e conte di Nerola Raimondo Orsini. Il luogo scelto per la costruzione fu Ponticelli in Sabina dove il Beato Amadeo da Silva e Menezes era solito rifugiarsi in un dormitorio. Il religioso portoghese aveva ritrovato un’immagine mariana proveniente dalla cappella del castello di Nerola, che era stata tolta ed abbandonata a causa di lavori nei sistemi difensivi del castello stesso.
Fu l’immagine ad ascoltare la voce del Beato per la guarigione del figlio degli Orsini.
Gli Orsini fecero così voto di edificare un santuario per ricevere l’immagine e di affidare al Beato la diffusione del culto mariano. L’immagine di fattura anonima e di origine quattrocentesca fu chiamata Santa Maria delle Grazie.

Secondo un’altra fonte invece nel 1478 la duchessa Giustiniana Orsini, moglie di Raimondo Orsini, duca di Gravina e viceré di Napoli, dalla sua residenza si trasferì a Scandriglia dove il figlio primogenito si ammalò gravemente. Invocata l’intercessione della Madonna delle Grazie, immagine conservata presso la cappella signorile del palazzo baronale di Nerola, con la promessa di erigere un santuario dedicatole il fanciullo guarì. La duchessa però dimenticò il voto fatto e il figlio cadde ammalato un’altra volta. Nuovamente guarito i genitori, chiesta l’autorizzazione al papa Sisto IV, affidarono la fondazione del santuario al Beato portoghese. L’edificio religioso fu completato nel 1480 e vi fu trasferita l’immagine miracolosa della Madonna delle Grazie.

Nel 1566 Pio V soppresse la congregazione degli Amadeiti ed il convento, su istanza del cardinale Flavio Orsini, fu affidato ai frati minori riformati dell’Osservanza. Secondo quest’ultima fonte il Beato si chiamava João da Silva e Menezes, e prese il nome di Amadeo quando vestì l’abito francescano.
Il convento annesso alla chiesa di Ponticelli in Sabina fu santificato da San Carlo da Sezze, dal Beato Bonaventura da Barcellona, da San Leonardo da Porto Maurizio (nel 1697), dal venerabile Giovanni Battista da Borgogna ed onorato da frate Angelo Savini da Ponticelli.
La chiesa di Santa Maria delle Grazie ha tre cappelle. In una di esse c’è un dipinto di Pietro da Copenaghen raffigurante proprio San Leonardo da Porto Maurizio.
Il nome Amadeo deriva dal latino Amadèus e significa "che ama Dio". L’onomastico si festeggia il 1º novembre in ricordo del Beato francescano Amadeo da Silva e Menezes.

Il Beato morì nel 1482, fondò anche il convento di Oreno presso Vimercate e fu confessore di Papa Sisto IV.


Luigi Mozzi Oreno
Abate Luigi Mozzi

Da annoverare tra i personaggi significativi di Oreno è Padre Luigi Mozzi.
Nato a Bergamo il 26 maggio 1746 da famigli nobile, abbracciò la vita ecclesiastica entrando nella compagnia di Gesù.
Fondò nel 1796 la Scuola di carità per i giovani poveri e la prima scuola serale d'italia e forse d'europa. Ricercato dalla polizia, ebbe protezione dal Duca Carlo Gallarati Scotti che lo volle accanto a sé ad Oreno.

In occasione del Centenario della sua morte molti bergamaschi vennero a Oreno, tra questi anche un pretino di nome Angelo Roncalli, che molti anni dopo, divenuto papa Giovanni XXIII, raccomandò al nostro parroco, don Tarcisio Zaffaroni di far conoscere la figura di padre Mozzi.

A Oreno visse l'ultimo scorcio della sua vita. Morì il 24 luglio 1813 i cui resti sono custoditi nel nostro Cimitero.


Monsignor Adriano Bernareggi
Mongignor Adriano Bernareggi


Nato ad Oreno il 9 novembre 1884 da una famiglia piccolo borghese, Adriano Bernareggi è l’ultimo di 6 figli. Appena quattordicenne rimane orfano dei genitori.
Negli anni della sua adolescenza l’arcivescovo di Milano da disposizioni perché i parroci istituiscano gli oratori estivi. Così fa la parrocchia di Oreno sotto la guida dello zelante don Lugi Marazzani che segue con fervore i giovani e la cui opera da subito frutti di vocazioni sacerdotali. Adriano e suo fratello Domenico, orfani dei genitori, entrano in seminario. Adriano si laurea in Teologia, Filosofia e Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana.

Tornati in diocesi viene consacrato sacerdote nel 1907 nella chiesa parrocchiale di S.Michele Arcangelo in Oreno. Chiamato da padre Agostino Gemelli, Ottiene la cattedra di Diritto Ecclesiastico all’Università Cattolica di Milano. Scrive numerose monografie che testimoniano la sua attività scientifica e il suo amore per l’arte. Membro attivo e dirigente dell’Azione Cattolica Italiana, viene nominato prevosto a San Vittore al Corpo in Mialo e nel 1931 è consacrato vescovo dal cardinale Schuster nel duomo di Milano. Un anno prima Papa Pio XI lo aveva nominato vescovo titolare di Nissa e coadiutore con diritto di successione di monsignor Luigi Marelli, vescovo di Bergamo, cui succede nel 1936.

Il 18 gennaio 1942 viene nominato assistente al soglio pontificio. Già nominato “virtuoso d’onore” dell’Accademia Pontifica dei virtuosi al Pantheon e commendatore dell’ordine equestre del Santo Sepolcro, nel 1952 ottiene il titolo ad personam di arcivescovo ricevendo dalla sua diocesi, in occasione del ventesimo anniversario della sua consacrazione, manifestazioni di affettuosa devozione.

Il 23 giugno 1953 muore dopo una lunga agonia, assistito dai suoi famigliari, tra cui il fratello Domenico, la cui carriera ecclesiastica era stata altrettanto brillante, essendo diventato vicario generale dell’arcidiocesi nel 1943. L’orazione funebre fu tenuta dal cardinale Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII.

Si legge nell’Eco di Bergamo di quel giorno: “La diocesi di Beramo è in lutto; con mons. Bernareggi essa perde uno dei più grandi vescovi della sua storia

Fonte: “Storia di Vimercate" di Eugenio Cazzani





Domenico Bernareggi - Oreno -
Monsignor Domenico Bernareggi


Nasce ad Oreno il 5 settembre 1877. Nel 1900, a soli ventitre anni, celebra la sua prima messa dopo aver frequentato gli studi al Seminario Diocesano.
Nel 1906, solo ventinovenne, è nominato parroco a Malgrate, nel lucchese.
Dopo soli quattro anni viene chiamato a reggere la prepositurale di magenta.
Passano tredici anni e viene trasferito a Milano.
E' prevosto in Sant'Andrea a Porta Romana.
Nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, il Card. Schuster lo lo consacra vescovo e lo nomina suo Vicario Generale.
Muore il 22 ottobre 1962.
E' sepolto al cimitero di Oreno.



NOTE
Questa sezione è in continuo aggiornamento.
Per chi volesse contribuire o suggerire nomi di personaggi importanti (anche tutt'ora viventi), che hanno trascorso o fatto qualcosa per Oreno, inviate pure foto e documentazione; provvederemo a pubblicare le informazioni più salienti.
Grazie.




Cort del Vadan
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