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< Salai e Leonardo Da Vinci, Monna Vanna (Joconde nue) Svizzera, Collezione privata, già Collezione Litta a Milano.
Salai, San Giovanni Battista, Pinacoteca Ambrosiana, Milano. > |
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Il dipinto del Salai più chiacchierato è la Monna Vanna o Gioconda nuda. In questo quadro è certa la collaborazione di Leonardo, che dovrebbe aver eseguito personalmente il motivo della spalliera vegetale contro la quale si pone la statuaria figura senza veli. È un dipinto ambiguo, per alcuni versi difficile. Nell'espressione del volto si ravvisa il celeberrimo sorriso della Gioconda, ma il resto del corpo è privo di femminilità e la figura sembra quasi possedere la doppia natura di uomo e di donna. Seppure criticato per la non perfetta esecuzione di alcuni particolari, il dipinto, appartenuto alla collezione Litta, è stato a lungo attribuito a Leonardo. Ora è conservato in Svizzera. Recenti esami spettrografici hanno rivelato significativi pentimenti che confermerebbero proprio l'intervento di più mani. Alcuni studiosi hanno ravvisato in quest'opera il prototipo della celebre Fornarina di Raffaello. Un'altra versione simile è conservata all'Ermitage di San Pietroburgo.
Noto al Vasari, al Lomazzo e ad altri scrittori del Cinquecento, Gian Giacomo Caprotti si è dissolto nel nulla per oltre quattro secoli per lasciare spazio ad un inesistente Andrea Salaino. Fu Paolo Moriggia a dare vita all'equivoco associando gli epiteti Salai e Salaino, rinvenuti fra le carte di Leonardo, alla figura di Andrea Salimbeni da Salerno, allievo di Cesare da Sesto. Solo agli inizi del Novecento fu ricostruita la vera identità del Salai, grazie alle ricerche di Gerolamo Calvi e Luca Beltrami, successivamente confermate e aggiornate da altri studiosi.
Ancora oggi, però, l'immaginario Andrea Salaino sopravvive nella città di Milano, la quale continua a dedicargli una strada e ad indicarlo fra i quattro allievi formanti corona al maestro nel monumento in Piazza della Scala. Quell'Andrea Salaino è in realtà Gian Giacomo Caprotti, nato ad Oreno di Vimercate e trasferitosi a Milano nella bottega di Leonardo a soli dieci anni. “Giov. Giacomo Caprotti, detto Salai: 1480-1524. Con questo nome e queste date, intendo designare per la prima volta, e senza alcuna riserva, l'allievo che trascorse la vita al fianco di Leonardo” scrisse nel 1919 Luca Beltrami, riprendendo e sviluppando una tesi già sostenuta, tre anni prima, da Gerolamo Calvi. Salai era il terzogenito di Pietro da Oreno e Caterina Scotti.
Il modello per la Gioconda?
Un' ipotesi, certo dirompente, è riportata dallo scrittore Gianni Clerici in "Una notte con la Gioconda" (Rizzoli editore, 2008): la donna raffigurata nel noto capolavoro di Leonardo sarebbe in realtà un uomo, il Gian Giacomo Caprotti, che sarebbe stato non solo allievo prediletto ma anche amante di Leonardo. A sostegno di questa tesi c'è senz'altro la forte somiglianza della persona ritratta nella Gioconda con i San Giovanni e l'Angelo Incarnato dipinti dal Leonardo stesso. Inoltre come detto sopra lo stesso Caprotti giocò con il tema della Gioconda dipingendone, o contribuendo a dipingere, una versione dichiaratamente androgina, la cosidetta Monna Vanna (Joconde nue).
Fonte: Da Wikipedia
NEWS
| Anche Milano riconosce Gian Giacomo Caprotti Da Oreno | |
| Andrea Salaino, Alis Gian Giacomo Caprotti Da Oreno | |
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Beato Amedeo Menez de Sylva,
disegno del Tossignano.
Il Beato Amadeo nacque da una nobile famiglia portoghese, nel 1420.
A ventidue anni si ritirò nel monastero di Guadalupa, in Spagna, celebre per una miracolosa apparizione della Madonna, ma non vi si fermò con l'intenzione di condurre vita tranquilla. Al contrario, egli sognava imprese eroiche e pericolose.
Si recò a Granada, centro arabo, per convertire gli infedeli o morir Martire. Venne soltanto battuto con le verghe e rimandato nel monastero.
Allora pensò di sbarcare in Africa. Una tempesta lo respinse sulle coste del Portogallo.
Cambiò Ordine ed entrò nei Francescani, per poter andare missionario in qualche parte selvaggia del mondo. Fu invece inviato ad Assisi, culla del Francescanesimo e città serenamente mistica. Capì allora che il Signore lo chiamava ad altra vita da quella sognata da lui ed accettò i disegni della Provvidenza con quella serenità di cui soltanto i Santi sono capaci; i Santi che non si rassegnano, ma che obbediscono.
Per obbedienza, fu a Perugia, a Brescia, a Milano.
A trentanove anni celebrò, per obbe-dienza, la sua prima Messa.
Per obbedienza si recò a Roma, dove il Papa Sisto IV, anch'egli francescano, gli affidò il convento di San Pietro in Montorio e lo nominò suo direttore spirituale.
Partito per convertire i Mori, col desiderio del martirio, Amadeo di Portogallo finì dunque come direttore spirituale del Papa. Sembrava un'ironia, ed era semplicemente una lezione.
Non morì però a Roma, ma a Milano, dove si era recato nel 1482 per visitare i conventi a lui sottoposti. Lasciò un libro sull'Apocalisse, che non gli diede però nessuna fama, mentre la fama della sua santità perdura nei secoli.
Il convento di Santa Maria delle Grazie a Ponticelli in Sabina (Rieti) è definito la perla della Sabina per il suo patrimonio artistico, religioso, storico, libraio ed ambientale.
Fu eretto nel 1478 per grazia ricevuta dal duca di Gravina e conte di Nerola Raimondo Orsini. Il luogo scelto per la costruzione fu Ponticelli in Sabina dove il Beato Amadeo da Silva e Menezes era solito rifugiarsi in un dormitorio. Il religioso portoghese aveva ritrovato un’immagine mariana proveniente dalla cappella del castello di Nerola, che era stata tolta ed abbandonata a causa di lavori nei sistemi difensivi del castello stesso.
Fu l’immagine ad ascoltare la voce del Beato per la guarigione del figlio degli Orsini.
Gli Orsini fecero così voto di edificare un santuario per ricevere l’immagine e di affidare al Beato la diffusione del culto mariano. L’immagine di fattura anonima e di origine quattrocentesca fu chiamata Santa Maria delle Grazie.
Secondo un’altra fonte invece nel 1478 la duchessa Giustiniana Orsini, moglie di Raimondo Orsini, duca di Gravina e viceré di Napoli, dalla sua residenza si trasferì a Scandriglia dove il figlio primogenito si ammalò gravemente. Invocata l’intercessione della Madonna delle Grazie, immagine conservata presso la cappella signorile del palazzo baronale di Nerola, con la promessa di erigere un santuario dedicatole il fanciullo guarì. La duchessa però dimenticò il voto fatto e il figlio cadde ammalato un’altra volta. Nuovamente guarito i genitori, chiesta l’autorizzazione al papa Sisto IV, affidarono la fondazione del santuario al Beato portoghese. L’edificio religioso fu completato nel 1480 e vi fu trasferita l’immagine miracolosa della Madonna delle Grazie.
Nel 1566 Pio V soppresse la congregazione degli Amadeiti ed il convento, su istanza del cardinale Flavio Orsini, fu affidato ai frati minori riformati dell’Osservanza. Secondo quest’ultima fonte il Beato si chiamava João da Silva e Menezes, e prese il nome di Amadeo quando vestì l’abito francescano.
Il convento annesso alla chiesa di Ponticelli in Sabina fu santificato da San Carlo da Sezze, dal Beato Bonaventura da Barcellona, da San Leonardo da Porto Maurizio (nel 1697), dal venerabile Giovanni Battista da Borgogna ed onorato da frate Angelo Savini da Ponticelli.
La chiesa di Santa Maria delle Grazie ha tre cappelle. In una di esse c’è un dipinto di Pietro da Copenaghen raffigurante proprio San Leonardo da Porto Maurizio.
Il nome Amadeo deriva dal latino Amadèus e significa "che ama Dio". L’onomastico si festeggia il 1º novembre in ricordo del Beato francescano Amadeo da Silva e Menezes.
Il Beato morì nel 1482, fondò anche il convento di Oreno presso Vimercate e fu confessore di Papa Sisto IV.
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Abate Luigi Mozzi
Da annoverare tra i personaggi significativi di Oreno è Padre Luigi Mozzi.
Nato a Bergamo il 26 maggio 1746 da famigli nobile, abbracciò la vita ecclesiastica entrando nella compagnia di Gesù.
Fondò nel 1796 la Scuola di carità per i giovani poveri e la prima scuola serale d'italia e forse d'europa. Ricercato dalla polizia, ebbe protezione dal Duca Carlo Gallarati Scotti che lo volle accanto a sé ad Oreno.
In
occasione del Centenario della sua morte
molti bergamaschi vennero a Oreno, tra questi
anche un pretino di nome Angelo Roncalli,
che molti anni dopo, divenuto papa Giovanni
XXIII, raccomandò al nostro parroco, don
Tarcisio Zaffaroni di far conoscere la figura di
padre Mozzi.
A Oreno visse l'ultimo scorcio della sua vita. Morì il 24 luglio 1813 i cui resti sono custoditi nel nostro
Cimitero.
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Mongignor Adriano Bernareggi
Nato ad Oreno il 9 novembre 1884 da una famiglia piccolo borghese, Adriano Bernareggi è l’ultimo di 6 figli. Appena quattordicenne rimane orfano dei genitori.
Negli anni della sua adolescenza l’arcivescovo di Milano da disposizioni perché i parroci istituiscano gli oratori estivi. Così fa la parrocchia di Oreno sotto la guida dello zelante don Lugi Marazzani che segue con fervore i giovani e la cui opera da subito frutti di vocazioni sacerdotali. Adriano e suo fratello Domenico, orfani dei genitori, entrano in seminario. Adriano si laurea in Teologia, Filosofia e Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana.
Tornati in diocesi viene consacrato sacerdote nel 1907 nella chiesa parrocchiale di S.Michele Arcangelo in Oreno. Chiamato da padre Agostino Gemelli, Ottiene la cattedra di Diritto Ecclesiastico all’Università Cattolica di Milano. Scrive numerose monografie che testimoniano la sua attività scientifica e il suo amore per l’arte. Membro attivo e dirigente dell’Azione Cattolica Italiana, viene nominato prevosto a San Vittore al Corpo in Mialo e nel 1931 è consacrato vescovo dal cardinale Schuster nel duomo di Milano. Un anno prima Papa Pio XI lo aveva nominato vescovo titolare di Nissa e coadiutore con diritto di successione di monsignor Luigi Marelli, vescovo di Bergamo, cui succede nel 1936.
Il 18 gennaio 1942 viene nominato assistente al soglio pontificio. Già nominato “virtuoso d’onore” dell’Accademia Pontifica dei virtuosi al Pantheon e commendatore dell’ordine equestre del Santo Sepolcro, nel 1952 ottiene il titolo ad personam di arcivescovo ricevendo dalla sua diocesi, in occasione del ventesimo anniversario della sua consacrazione, manifestazioni di affettuosa devozione.
Il 23 giugno 1953 muore dopo una lunga agonia, assistito dai suoi famigliari, tra cui il fratello Domenico, la cui carriera ecclesiastica era stata altrettanto brillante, essendo diventato vicario generale dell’arcidiocesi nel 1943. L’orazione funebre fu tenuta dal cardinale Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII.
Si legge nell’Eco di Bergamo di quel giorno: “La diocesi di Beramo è in lutto; con mons. Bernareggi essa perde uno dei più grandi vescovi della sua storia”
Fonte: “Storia di Vimercate" di Eugenio Cazzani
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Monsignor Domenico Bernareggi
Nasce ad Oreno il 5 settembre 1877. Nel 1900, a soli ventitre anni, celebra la sua prima messa dopo aver frequentato gli studi al Seminario Diocesano.
Nel 1906, solo ventinovenne, è nominato parroco a Malgrate, nel lucchese.
Dopo soli quattro anni viene chiamato a reggere la prepositurale di magenta.
Passano tredici anni e viene trasferito a Milano.
E' prevosto in Sant'Andrea a Porta Romana.
Nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, il Card. Schuster lo lo consacra vescovo e lo nomina suo Vicario Generale.
Muore il 22 ottobre 1962.
E' sepolto al cimitero di Oreno.
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NOTE
Questa sezione è in continuo aggiornamento.
Per chi volesse contribuire o suggerire nomi di personaggi importanti (anche tutt'ora viventi), che hanno trascorso o fatto qualcosa per Oreno, inviate pure foto e documentazione; provvederemo a pubblicare le informazioni più salienti.
Grazie.
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